mercoledì 4 aprile 2012

TASSARE LE RENDITE FINANZIARIE :

TASSARE LE RENDITE FINANZIARIE :
   Lo chiedono in TV i politici di estrema sinistra

La richiesta insistente, specialmente da parte di politici come Ferrero, di tassare le rendite finanziarie sembra evidenziare la convinzione che chi risparmia ed investe in titoli di stato o titoli azionari sia un furbo che guadagna a spese dei cittadini e non paga le tasse.
Innanzi tutto bisogna dire che solo grazie ai tanti piccoli investitori esistono aziende che danno lavoro a milioni di persone. Infatti le grandi aziende non sono padronali come si può dimostrare prendendo ad esempio Unicredit, i cui più grandi azionisti sono la Fondazione Libica con il 7,5% ed il Fondo Arabo Aabar con il 5%.
Inoltre già da molti anni è più corretto parlare di perdite e non di rendite finanziarie come si può lapalissianamente dedurre dalle quotazioni di importanti titoli come Enel, privatizzata da D’Alema praticamente (dopo un raggruppamento) a circa 8,5 euro e che ora viaggia sui 3 e dallo stesso Unicredit che negli ultimi 10 mesi è sceso di oltre l’80% (ricordo che per recuperare una perdita dell’80% il titolo dovrebbe risalire del 500% !).
Comunque anche sulle perdite si pagano le tasse in quanto gli eventuali dividendi, al netto già delle tasse (circa il 50%) pagate dall’azienda, nel passaggio ai soci sono tassati di un altro 20%, indipendentemente da qualsiasi minusvalenza esistente ed inoltre, sul dossier in banca, il bollo esistente su un importo complessivo superiore a 50000 euro è stato aumentato di ben dieci volte dall’ultima riforma Berlusconiana.
Che poi ci siano in questo mondo finanziario regole che favoriscono l’azione di spregiudicati speculatori come la commercializzazione di strani certificati e derivati e l’utilizzo di strumenti come l’effetto ‘leva’ e le vendite alla scoperto, stranamente ancora riammesse dalla Consob e supportate, ancora più stranamente, dalle banche direttamentente o, dietro interesse, con il prestito di titoli dei suoi clienti, è vero e ci vorrebbe un intervento del governa per sollecitare la Consb e la B.ca d’Italia.
Ugualmente si dovrebbe modificare, a livello mondiale, la possibilità di creare derivati a catena, come quelli che partendo dai mutui americani sono arrivati su tutti i mercati con nuovi nomi, a loro volta in garanzia di nuovi certificati e così via determinando poi fallimenti e gravi perdite anche in comuni e province italiane.
Tutto questo, però, non è stato fatto e non risulta sia all’ordine del giorno né in Italia, né in Europa e neanche in America e questo significa che il pericolo di una nuova crisi finanziaria mondiale non solo non è stata scongiurata ma, qualora dovesse riversarsi su paesi ancora ‘in sala operatoria e sotto il bisturi e quindi troppo vulnerabili, potrebbe creare danni irreversibili.

martedì 6 marzo 2012

NAZIONALIZZARE IN PARTICOLARE LE BANCHE :

NAZIONALIZZARE IN PARTICOLARE LE BANCHE :
  Lo chiedono in TV i politici di estrema sinistra

Le principali banche italiane, quotate in Borsa, sono ormai delle ‘public company’, con migliaia di piccoli soci privati. Nazionalizzare significa che lo Stato dovrebbe lanciare una ‘OPA’ (Offerta Pubblica d’Acquisto) e per fare questo dovrebbe disporre e sborsare miliardi di euro. Ma se ora, col debito pubblico alle stelle, per pagare interessi e gli stipendi statali il Governo è costretto ad emettere continuamente nuovi titoli di stato, ‘Nazionalizzare’  è una richiesta improponibile ed assurda.
E’ vero che, in passato, quando le più grandi banche ed aziende come Enel, Eni, Telecom ed Alitalia erano dello Stato questi stessi politici erano contrari a qualsiasi privatizzazione e forse sarebbe stato giusto non privatizzare tutto e soprattutto le aziende più sane, ma l’eccessiva ingerenza dei politici nella gestione dei Consigli di amministrazione ed il debito pubblico sempre crescente dagli anni ’80, aveva costretto i governi, dal 1995 al 2000, a privatizzare.
Comunque bisogna ricordare che i più grandi fallimenti si sono avuti con Società nazionali.
Basti ricordare il Banco di Napoli e l’Alitalia.
In entrambi i casi gli amministratori responsabili dei fallimenti hanno avuto liquidazioni d’oro, invece di essere cacciati a calci e con addebiti di responsabilità, mentre tutti i piccoli azionisti, circa 50.000, hanno perso tutto e senza poter registrare perdite o minusvalenze.
Io avevo 30000 azioni del Banco di Napoli del valore di circa 30 milioni di lire e nel ’97 ricevetti una lettera in cui si diceva che l’assemblea dei soci, presieduta e gestita da uomini nominati dal Governo, per salvare il posto ai dipendenti, poi risultati tra i più pagati del mondo bancario, aveva deciso che le azioni ordinarie valevano ZERO. Per legge si doveva dichiarare il fallimento e con tutti i beni immobiliari si potevano pagare i debiti e distribuire il resto tra i soci; ma il sindacato non  
poteva accettare il licenziamento dei dipendenti, compreso i responsabili dei debiti.
Poi, il Banco, ripulito dai debiti, veniva svenduto al San Paolo di Torino, con cui riprese subito a macinare utili.
Anche dell’Alitalia avevo 10000 azioni (circa 10 milioni di vecchie lire) e se fosse stata prelevata da Air France con tutti i debiti ed il personale, io come gli altri 30000 piccoli soci, saremmo rimasti soci e potevamo sperare in una ripresa del titolo sotto la guida di una società competente, seria ed affidabile. Invece, ancora una volta, con la testardaggine del solito sindacato e la ventata nazionalista del nuovo governo, il marchio Alitalia ed i pezzi buoni sono stati venduti ad una nuova nascente società in mano solo agli uomini di una cordata di imprenditori ‘in tutt’altre faccende affaccendati’,  mentre i 30000 piccoli azionisti della vecchia Alitalia hanno perso tutto.
Tutto questo per dire che le cose non andrebbero meglio se si potesse nazionalizzare; il Governo ha il grande potere di legiferare e controllare ed è con questi mezzi, se è bravo, che deve armonizzare la vita sociale del Paese.

lunedì 27 febbraio 2012

CREARE NUOVI POSTI DI LAVORO: Il Governo cosa può fare?

CREARE NUOVI POSTI DI LAVORO:
          Il Governo cosa può fare?

Un Governo che deve diminuire gli eccessivi costi della Politica e della Pubblica Amministrazione e, quindi, deve tagliare abusi, caste e sprechi, non può creare direttamente o facilmente nuovi posti di lavoro. Se, infatti, nei tagli ha solo l’imbarazzo della scelta, nella creazione di nuova occupazione, di scelte ne ha veramente poche.
Una, senz’altro, è far partire la realizzazione di opere pubbliche, magari  riprendendo e portando a termine le opere, e sono tante e troppe, lasciate incompiute e nell’occasione citarne ai danni tutti i responsabili ed un’altra è creare le condizioni perché le aziende private decidano di assumere a tempo indeterminato nuove risorse.
Naturalmente questo può avvenire solo se le aziende, italiane o estere, trovano condizioni economiche ed ambientali per assunzioni a tempo indeterminato molto incentivanti e più vantaggiose che per assunzioni temporanee, occasionali o con contratti a progetto.
Limitando, per ora, l’attenzione alle sole condizioni economiche, si possono fare molte ipotesi da valutare attentamente avendo a disposizione dati ed un programma di simulazioni.
Innanzitutto sarebbe opportuno allineare i metodi del calcolo dell’imponibile tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi e così dovrebbe comparire nell’imponibile del dipendente tutta la quota, in particolare quella Inps, che attualmente l’azienda versa per ogni dipendente e che verrà trattenuta e consegnata dal datore di lavoro, come avviene per l’Irpef.
Per i nuovi assunti questa quota sarebbe a carico solo del dipendente per il quale, ai fini Irpef, lo scaglione minimo non partirebbe da un imponibile zero, bensì da almeno 10000 euro annui.
In questo modo l’azienda risparmierebbe oltre il 30% su ogni nuova assunzione ed il dipendente si pagherebbe l’Inps con il risparmio dell’Irpef fino a 10000 euro ed avrebbe, nel frattempo, il lavoro.

Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di legare le fasce o gli scaglioni del pagamento Irpef, da parte delle aziende,  all’utile lordo ed al numero di dipendenti a tempo indeterminato che lo hanno determinato. In questo modo si danneggerebbe, solo ai fini delle tasse, l’azienda più virtuosa, cioè con un’alta produttività per addetto, ma non sarebbe ingiusto in quanto, probabilmente, ha prodotto con margini troppo elevati e quindi è corretto che paghi di più, e nel frattempo si incentiverebbe l’assunzione di altro personale fino ad un limite valutato congruo con il fatturato e l’utile lordo.

In conclusione, mai come su questo tema si richiedono bravura tecnica ma anche molta creatività.         

domenica 19 febbraio 2012

Dov'è il Sindacato dei Doveri?

Milano 18/02/2012

Dov’è il “Sindacato dei doveri”

L’enorme numero di leggi che regolano il comportamento dei cittadini, delle imprese e degli apparati statali ha visto nascere un complesso sistema di vigilanza, di controllo e sanzionatorio.
Sono centinaia i principali organi di controllo e vanno dal più piccolo comando dei vigili del più piccolo comune, ai collegi sindacali delle aziende, alle Camere di Commercio e così via fino all’istituto di vigilanza della Banca d’Italia.
Ma sull’operato di ognuna di questa miriade di ‘poltrone e poltroncine’ ci vorrebbe una trattazione a parte e, infatti, ogni giorno veniamo a conoscenza di scorrettezze o meglio “malefatte” di cui sono corresponsabili quelli che dovevano vigilare per evitare che si verificassero.
Quando vediamo in TV riprese aeree di interi quartieri nati abusivamente o sentiamo che i soldi dati a partiti, anche ormai inesistenti, vengono rubati o investiti all’estero, proviamo tutti, compreso chi non è uno stinco di santo, solo amarezza, rabbia e disgusto per chiunque ci governi e rappresenti.
Se viene aperto un cantiere il vigile del posto, e si chiama vigile perché deve tenere gli occhi aperti e non deve aspettare la denuncia di un cittadino, deve verificare che tutte le licenze siano regolari e deve avvertire le altre autorità di controllo dell’opera, ispettorato del Lavoro, ASL, Vigili del fuoco, ..e chiaramente l’amministrazione comunale. Se poi questo cantiere è proprio nel paese, il non vedere e il non sapere non giustifica nessuno.
Io toglierei subito l’incarico a tutti quelli che avrebbero, direttamente o indirettamente, vedere e controllare ed in presenza di conseguenti danni finanziari per la collettività, ne chiederei il  risarcimento, altro che liquidazioni d’oro!
Purtroppo ogni giorno siamo bombardati dalla scoperta di nuovi scandali che, in gran parte, vedono coinvolti politici, amministratori, ecc…
Ora, nei casi in cui si ipotizzino lesi i diritti di in lavoratore iscritto ad un sindacato, quest’ultimo mette in piedi anche grandi azioni di protesta, che in genere risolvono positivamente il problema. Anche i semplici cittadini ora hanno i loro sindacati, forse troppi, per far valere almeno alcuni diritti fondamentali.
Tutti questi sindacati ed associazioni sono nati per la difesa dei diritti e sono finanziati dai lavoratori e /o dai cittadini. Peccato che sono troppi, pur avendo lo stesso obiettivo, e non hanno bilanci trasparenti, anche se milionari, sì da essere già considerati una nuova forma di casta e business.
Se il danneggiato però è lo stato, come ad esempio l’enorme fiume di denaro speso per opere mai compiute, e sono migliaia su tutto il territorio nazionale, in cui il denaro è stato principalmente utilizzato per ‘oliare’ o foraggiare un’intera filiera di personaggi ed organi coinvolti,
nessuno reagisce e necessita la denuncia di un coraggioso cittadino, magari presentata agli stessi organi in difetto e quindi facilmente insabbiabile.
Ma il dilagare delle ruberie ora non è più accettabile e ci vorrebbero davvero i’cacciatori di teste’, come al tempo del Far West o, più civilmente, un sindacato da finanziare con una parte delle risorse che si dovrebbero togliere a chi non ha svolto il proprio dovere correttamente e lo chiamerei appunto il Sindacato dei Doveri, alle dipendenza dell’ufficio del Presidente della Repubblica, in quanto ‘super partes’.

mercoledì 8 febbraio 2012

E' ipotizzabile l'esistenza di una "Al Qaeda" finanziaria?

08 febbraio 2012

CHI HA  INNESCATO  L’ATTACCO  AGLI  STATI :
     E’ IPOTIZZABILE  L’ESISTENZA DI UNA  “AL QAEDA” FINANZIARIA?

Già da molti anni quasi tutti gli stati del mondo vivono con un debito pubblico e già da qualche anno le nazioni europee hanno un debito paragonabile all’attuale.
Ma nel 2011 (10 anni dopo le torri) è partito un attacco forte al grande debito americano, il cui ‘default’ avrebbe messo in crisi le principali nazioni del mondo ed in particolare la Cina, e solo l’intervento tempestivo e massiccio della Federal Reserve  ha evitato una crisi che avrebbe avuto, di gran lunga, conseguenze peggiori di quella del ’29.
Immediatamente dopo si è scatenata una vera bufera finanziaria sugli stati europei ed in particolare con una cadenza che sembra ‘studiata a tavolino’ su Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo…
Mi sembrava di rivedere uno dei tanti documentari sulla caccia dei leoni alle mandrie degli gnu, in cui i leoni nascosti lasciano passare i più forti e veloci ed attaccano chi è più isolato o più vulnerabile nella retroguardia.
I veri protagonisti di questo mondo finanziario, oltre naturalmente allo stato che, avendo bisogno di denaro contante (e non può stamparlo in assenza di ulteriori riserve auree), mette all’asta titoli di stato, assimilabili a delle cambiali,
sono il mercato e le società di ‘rating’ che valutano e pubblicano l’affidabilità di titoli ed azioni in base alla situazione economica e finanziaria attuale e futura della stato e/o delle Società che li emettono.
Il mercato è in parte conosciuto perché costituito dagli investitori istituzionali come banche, assicurazioni, fondi pensione, fondi comuni di investimento, fondi sovrani, ecc…
Questo mercato è in gran parte regolamentato in quanto per statuto può operare solo su delle tipologie di titoli e/o su titoli con un certo ‘rating’.
Un’altra parte del mercato, invece, è costituito da società finanziarie ‘offshore’, nate spesso nei cosiddetti ‘paradisi fiscali’, che garantiscono l’anonimato, ed in particolare da ‘hedge funds’, fondi altamente speculativi, che dispongono di altissima liquidità ed operano, scommettendo sul futuro, senza scrupoli con vendite allo scoperto, su titoli e derivati come ‘futures’ ed opzioni; non hanno regole e inseguono con spregiudicatezza ‘macchiavellica’,  i loro obiettivi, anche se spesso si dovesse applicare la ‘mors tua, vita mea’. .
Questi ultimi, conoscendo bene come funzionano le società di ‘rating’, le conseguenze sull’operatività di molti investitori istituzionali per ogni cambiamento di valutazione, l’importanza della capitalizzazione sul valore delle garanzie a cui molti soggetti sono obbligati,
possono innescare, mantenere e condizionare un trend ben preciso dell’andamento borsistico.
Se questo riesce, il gioco è fatto; inizia la corsa al ‘si salvi chi può’ tra investitori istituzionali con alleggerimento e svendita dei titoli in portafoglio che rischiano di essere considerati spazzatura e, chiaramente, con lo stop al loro acquisto.
Se solo un paese come l’Italia andasse in ‘default’, mezzo mondo di investitori istituzionali andrebbe in crisi anche irreversibile. Nessuno di loro, quindi, avrebbe avuto interesse a creare questo dissesto finanziario e solo loro necessitano di essere rassicurati, così come le società di ‘rating’, purtroppo poco controllate  e che hanno potuto definire affidabili i titoli della Parmalat fino alla vigilia del fallimento.
Non si può assistere e subire questo sistema e bisogna, da una parte proibire, salvo un loro  disconoscimento ufficiale, alle società di ‘rating’ di parlare prima di un vertice con una specifica commissione politica ed economica europea, in grado di controllare ed accettare i vari parametri della valutazione, e dall’altra parte regolamentare adeguatamente l’altro mercato anonimo e speculativo o addirittura escluderlo dalle contrattazioni in certi periodi e/o per certi titoli.
La sua azione altamente speculativa può portare ad una destabilizzazione in Europa ed America e determinare lotte finanziarie ‘fraticidie’, anticamera di grandi crisi dell’economia reale e di rivoluzioni anarchiche.
Ma non era questo sostanzialmente l’obiettivo di azioni terroristiche?

martedì 24 gennaio 2012

Ridurre i costi della Politica: Cosa si può fare subito


Mercoledì 25 gennaio 2012

    Ridurre i costi della Politica : Cosa si può fare subito

a)      I vitalizi (praticamente pensioni a vita) e ‘benefits’  per cariche politiche sono contrari a qualsiasi logica e vanno eliminati da subito. Ancora più assurda è la cumulabilità dei vitalizi per ogni legislatura.  
Quando si svolge un’attività presso un ente pubblico si percepisce uno stipendio possibilmente adeguato al lavoro svolto e per il resto ci si comporta come qualsiasi lavoratore e cioè si incrementano anzianità di servizio e contributi versati all’INPS.
Chi è già in pensione non può percepirne più di una, ma solo la più favorevole, valorizzata con tutti i contributi versati anche nel periodo di attività nel pubblico.

b)      Le retribuzioni dei politici non devono essere portate nella media europea, ma, finchè siamo in questo stato di “rating”, al massimo si può essere al livello della Spagna, i cui politici percepiscono meno della metà di noi o della Germania.

c)      Bisogna abolire da subito il finanziamento ai partiti.
Il governo dispone di una TV pubblica ed una rete potrebbe essere dedicata ai politici per far conoscere idee e programmi, avendo come garante l’ufficio del Presidente della Repubblica, mentre un sito web ne potrebbe permettere l’interattività con i cittadini.

sabato 21 gennaio 2012

Ridurre lo spread pagando in bot una parte degli stipendi della pubblica amministrazione


L’Italia ha raggiunto ormai un debito pubblico così alto da non essere in grado di pagare neanche gli interessi ed in questa situazione è destinata all’insolvenza o al “default”, come attualmente abbiamo imparato.

Di fronte a tale emergenza è indispensabile trovare subito moneta per rispettare impegni presi e poter pagare anche i dipendenti.

Io, uomo non politico, non sindacalista e non tecnico, ma con discreta cultura, buon senso e molta onestà, adotterei misure che fino ad ora non sono state prese in considerazione.

Lo stato è il più grande datore di lavoro con retribuzioni che non si potrebbe permettere e perciò, da subito, potrebbe garantire retribuzioni nette fino ad una soglia sufficiente per vivere  (es. 20 - 30000 euro annui netti) ed il resto, o solo una percentuale del resto, verrebbe pagato con quella che ora è l’unica moneta di cui dispone e cioè con titoli di stato a zero interessi.
Alla luce del numero elevato di persone dipendenti o ad essi equiparati (come ad esempio  politici, amministratori, pensionati dello stato, ecc.) non sarebbe necessario creare debiti, o parte di essi, fuori del paese ed a tassi inaccettabili.
Se poi la somma ottenuta fosse insufficiente, si potrebbe estendere tale concetto anche ad enti privati con una soglia di gran lunga più alta.
In questo modo non si toglie nulla a nessuno garantendone un risparmio forzato.