TASSARE LE RENDITE FINANZIARIE :
Lo chiedono in TV i politici di estrema sinistra
La richiesta insistente, specialmente da parte di politici come Ferrero, di tassare le rendite finanziarie sembra evidenziare la convinzione che chi risparmia ed investe in titoli di stato o titoli azionari sia un furbo che guadagna a spese dei cittadini e non paga le tasse.
Innanzi tutto bisogna dire che solo grazie ai tanti piccoli investitori esistono aziende che danno lavoro a milioni di persone. Infatti le grandi aziende non sono padronali come si può dimostrare prendendo ad esempio Unicredit, i cui più grandi azionisti sono la Fondazione Libica con il 7,5% ed il Fondo Arabo Aabar con il 5%.
Inoltre già da molti anni è più corretto parlare di perdite e non di rendite finanziarie come si può lapalissianamente dedurre dalle quotazioni di importanti titoli come Enel, privatizzata da D’Alema praticamente (dopo un raggruppamento) a circa 8,5 euro e che ora viaggia sui 3 e dallo stesso Unicredit che negli ultimi 10 mesi è sceso di oltre l’80% (ricordo che per recuperare una perdita dell’80% il titolo dovrebbe risalire del 500% !).
Comunque anche sulle perdite si pagano le tasse in quanto gli eventuali dividendi, al netto già delle tasse (circa il 50%) pagate dall’azienda, nel passaggio ai soci sono tassati di un altro 20%, indipendentemente da qualsiasi minusvalenza esistente ed inoltre, sul dossier in banca, il bollo esistente su un importo complessivo superiore a 50000 euro è stato aumentato di ben dieci volte dall’ultima riforma Berlusconiana.
Che poi ci siano in questo mondo finanziario regole che favoriscono l’azione di spregiudicati speculatori come la commercializzazione di strani certificati e derivati e l’utilizzo di strumenti come l’effetto ‘leva’ e le vendite alla scoperto, stranamente ancora riammesse dalla Consob e supportate, ancora più stranamente, dalle banche direttamentente o, dietro interesse, con il prestito di titoli dei suoi clienti, è vero e ci vorrebbe un intervento del governa per sollecitare la Consb e la B.ca d’Italia.
Ugualmente si dovrebbe modificare, a livello mondiale, la possibilità di creare derivati a catena, come quelli che partendo dai mutui americani sono arrivati su tutti i mercati con nuovi nomi, a loro volta in garanzia di nuovi certificati e così via determinando poi fallimenti e gravi perdite anche in comuni e province italiane.
Tutto questo, però, non è stato fatto e non risulta sia all’ordine del giorno né in Italia, né in Europa e neanche in America e questo significa che il pericolo di una nuova crisi finanziaria mondiale non solo non è stata scongiurata ma, qualora dovesse riversarsi su paesi ancora ‘in sala operatoria e sotto il bisturi e quindi troppo vulnerabili, potrebbe creare danni irreversibili.
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